#Animalia – “Spillover”, un capolavoro da rileggere!

#Bios – Spillover di David Quammen, un capolavoro da rileggere.

Di recente ho dovuto riprendere in mano Spillover, il saggio di David Quammen pubblicato da Adelphi nel 2014 (qui la scheda). Oltre ad avere una delle più belle copertine di sempre (la volpe volante su sfondo nero fa un certo effetto; purtroppo non è stata replicata sull’edizione tascabile) il testo è probabilmente uno dei libri più belli a “tema naturale e scientifico” che io abbia mai letto. Addirittura? Sì. E di che cosa parla? Ve lo racconto tramite una recensione che scrissi tempo fa ma che per varie ragioni rimase in un angusto angolo del mio PC e non venne mai pubblicata. A voi.


 

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Per Oliver Sacks la malattia è «la condizione umana per eccellenza». Della stessa idea deve essere stato Lev Tolstoj quando decise di narrare gli ultimi, strazianti giorni di Ivan Il’ič. Se la malattia ha il potere di mettere l’uomo di fronte a sé stesso, l’epidemia invece allarga il campo e interroga l’intera società umana sulla propria natura e le proprie colpe, evocando scenari che trovano spazio tanto nell’escatologia quanto nei moderni blockbuster hollywoodiani. Il libro dell’Esodo pullula di piaghe purulente scatenate dal dio degli Israeliti contro il popolo egiziano, l’Iliade si apre con la diffusione della peste nel campo acheo grazie alle «divine quadrella» di Apollo e la Tebe della tragedia sofoclea è colpita da una malattia impura quanto il suo re incestuoso fin dalle prime battute. Nella storia culturale dell’uomo il morbo è fra i castighi divini per eccellenza, come dimostrano innumerevoli miti, testi religiosi e opere letterarie. Ai mefitici dardi apollinei la scienza moderna ha sostituito i meno poetici ma altrettanto letali microrganismi. Un secolo e mezzo è passato da quando il padre della microbiologia, lo scienziato francese Louis Pasteur, dimostrò sperimentalmente l’infondatezza della generazione spontanea, inaugurando così un nuovo campo della ricerca bio-medica. Batteri, virus, protisti e virioni, la tassonomia di queste entità biologiche è sterminata, così come sono complesse le loro ecologia ed evoluzione. Abbiamo imparato molto sui nostri patogeni negli ultimi decenni: nella maggior parte dei casi sappiamo come ci colpiscono e come si trasmettono da un individuo all’altro, abbiamo imparato a combatterli e alcuni li abbiamo sconfitti in via definitiva. Ma le nostre lacune in materia sono ancora numerose e spesso riguardano l’aspetto più inquietante di questi patogeni emergenti: la loro storia evolutiva e, in particolare, i loro “nascondigli”, vale a dire le specie che parassitano in attesa del prossimo spillover.

Nell’immaginario comune la pandemia – cioè l’epidemia globale dai risvolti spesso catastrofici – è la Peste Nera del Trecento studiata sui banchi di scuola, è l’influenza spagnola che portò nella tomba milioni di persone nel primo dopoguerra ed è il pericolo associato a uno dei tanti nomi esotici che riempiono d’inquietudine giornali e telegiornali quando l’ennesimo virus misterioso fa la sua comparsa in un lontano paese di cui ignoravamo persino l’esistenza. Nipah, Ebola, Hendra, Lassa, Hanta, Marburg, SARS, HIV-1 e HIV-2, febbre del Nilo occidentale, influenza aviaria e influenza suina sono soltanto alcune delle più recenti scoperte nel campo delle malattie infettive. Il saggio di David Quammen – Spillover – è un lungo e appassionante viaggio alla scoperta delle patologie causate da microrganismi trasmessi all’uomo dagli animali: le zoonosi. Ricostruire la storia evolutiva dei microrganismi responsabili è una sfida che impegna ogni anno gli scienziati di tutto il mondo. Al contrario dei patogeni che attaccano soltanto l’uomo – come il vaiolo (malattia che l’OMS ha dichiarato eradicata alla fine degli anni ‘70) e la poliomelite (ancora presente in alcune aree del pianeta) – i microrganismi responsabili delle zoonosi possiedono un’indole più subdola. La loro natura di parassiti obbligati ne lega la storia a quella dell’ospite, che in questo caso è rappresentato da una o più specie animali dette serbatoio (reservoir). Probabilmente la stragrande maggioranza di questi microrganismi ci sono sconosciuti, ma alcuni riescono ad attirare la nostra attenzione quando accade lo spillover, cioè il momento in cui “tracimano” dalla specie serbatoio, con la quale hanno raggiunto una sorta di equilibrio, alla specie umana. Quasi sempre questo evento si evolve in un nulla di fatto, ma in particolari circostanze un virus o un batterio che effettua il salto di specie può avere fortuna e trovare nell’uomo il suo ospite ideale.

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Agli inizi del Terzo Millennio le comuni malattie batteriche, cardiache, croniche e il cancro mietono milioni di vittime in tutto il mondo. Perché l’umanità si dovrebbe preoccupare delle zoonosi, responsabili di un numero limitato di morti e caratterizzate da una discontinuità legata alle caratteristiche dei loro ospiti serbatoio e alle scarse opportunità di contagio? La storia delle malattie infettive deve metterci in allarme, in quanto nel solo Novecento le due pandemie più letali sono state delle zoonosi: la già citata influenza spagnola e l’AIDS, malattia che negli ultimi trent’anni ha ucciso circa trenta milioni di persone in tutto il mondo e ancora oggi imperversa in numerose aree del pianeta. Dato l’alto numero di varianti in gioco in una materia come questa è vietato fare delle previsioni, tuttavia David Quammen e gli esperti da lui intervistati nel saggio sono pronti a scommettere: il prossimo evento pandemico che colpirà l’umanità sarà quasi sicuramente una zoonosi causata da un virus a RNA che effettuerà lo spillover a partire da una specie a noi affine, forse un primate. L’epidemia di Ebola (virus di cui ancora non si conosce l’identità dell’ospite serbatoio, anche se i pipistrelli sono i principali indiziati) che ha colpito alcuni stati dell’Africa occidentale causando migliaia di vittime e una crisi internazionale dovuta alla paura del contagio è soltanto un esempio di quanto sia avveduta l’analisi di questo libro, che è stato edito due anni prima degli eventi in questione.

«C’è una correlazione tra queste malattie che saltano fuori una dopo l’altra, e non si tratta di meri accidenti ma di conseguenze non volute di nostre azioni» scrive David Quammen, sottolineando fin dalle prime pagine come la sua intera indagine non prenda in considerazione soltanto la natura dei patogeni più pericolosi ma riguardi anche l’agire dell’uomo nei confronti del nostro pianeta. L’emergere di nuove zoonosi è direttamente connesso alla distruzione delle aree naturali e degli ecosistemi più complessi. Inquiniamo, disgreghiamo e alteriamo luoghi selvaggi e inospitali, dove albergano parassiti e microrganismi di cui ignoriamo l’esistenza. E se da un lato favoriamo lo spillover, rovistando senza requie nelle foreste più antiche del mondo, dall’altro offriamo a virus e batteri la possibilità di diffondersi con grande velocità ai danni di una specie che conta sette miliardi di individui, che viaggia da un lato all’altro del pianeta in un baleno e che vive in megalopoli affollate dove le possibilità di contagio sono innumerevoli a causa delle precarie condizioni sanitarie. Ma non solo: la nostra specie alleva milioni di animali con metodi intensivi che possono funzionare da ospiti di amplificazione e trasmettere infezioni o essere a loro volta infettati nei mercati dove la presenza di specie esotiche e selvatiche aumenta in modo esponenziale le possibilità di spillover. Se risulta difficile impedire il contagio primario a causa dell’elevata vulnerabilità e ubiquità della nostra specie, è pur vero che possiamo fare molto per impedire il diffondersi dell’epidemia. È il caso dell’HIV, un virus la cui diffusione dipende esclusivamente dal comportamento umano; un elemento che non abbiamo saputo sfruttare a nostro vantaggio per impedire il contagio e la morte di milioni di individui in tutto il mondo.

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«Lo studio della malattia non può essere disgiunto da quello dell’identità» scrive ancora Oliver Sacks. Il fenomeno delle zoonosi permette di ricordare all’uomo alcune verità che troppo spesso dimentica. La diversità che ci separa da entità biologiche quali i virus viene del tutto appianata dall’universalità del codice genetico, il quale permette a piccoli frammenti di acidi nucleici circondati di proteine di colonizzarci, parassitare le nostre cellule e utilizzarle per produrre nuovi virioni. Il posto dell’uomo è nel mondo, siamo una specie animale, legata in modo indissolubile alle altre che condividono con noi ambienti, risorse e, purtroppo, malattie. Siamo parte della biosfera di questo pianeta e, per quanto i nostri gli sforzi tecnologici cerchino di porre fra noi e il mondo uno iato incolmabile, ogni evento epidemico ci riporta con brutalità alla nostra sostanza, appianando qualsiasi tentativo dicotomizzante. Sarebbe scorretto interpretare le malattie come la punizione più adatta per espiare malefatte ecologiche e indifferenza, ma sarebbe altrettanto incosciente non riconoscere l’importante campanello d’allarme che esse incarnano. Le zoonosi sono la cartina tornasole del nostro operato: l’erosione degli ecosistemi e la riproduzione incontrollata della nostra specie a spese del mondo che ci ospita evocano metafore e scenari tutt’altro che incoraggianti. La verità darwiniana dell’unità della vita sulla Terra dimostra l’affinità biologica che lega l’uomo ai microrganismi e, al tempo stesso, ci permette di ragionare sulla nostra natura di virus planetari.

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