Una brevissima storia del disastro industriale

Un secolo di disastri

Definirmi un appassionato di disastri può sembrare brutto. Mettiamola così: mi interessano molto le dinamiche che portano a un disastro, sia questo il naufragio di una petroliera, un terremoto distruttivo o un incidente nucleare. Trovo che ogni disastro, anche il più contenuto, racconti molto su chi siamo e su come operiamo, ragioniamo, agiamo. L’aspetto che più di ogni altro mi affascina è il fallimento della nostra immaginazione. Crediamo sicuri strutture, navi e aerei, riteniamo infallibili i piani di sicurezza e, in fondo, non ci preoccupiamo troppo, perché sappiamo che i disastri avvengono assai di rado. La lunga lista di incidenti che è possibile mettere insieme ci dimostra che ci sbagliamo più spesso di quanto crediamo.

I disastri industriali sono un capitolo dolente di un libro già doloroso e drammatico. Sono degli eventi che ci ricordano prepotentemente l’epoca in cui viviamo, caratterizzata da una sfrenata industrializzazione, dal dominio della chimica e della fisica e dalla nostra presenza pressoché ovunque sul pianeta. Inoltre, nel Medioevo e nel Rinascimento non ci furono disastri industriali: sono caratteristici del presente, dei nostri tempi. Per questo motivo, analizzare le dinamiche che hanno portato ai disastri più famosi o drammatici può senza dubbio dirci qualcosa di significativo sul nostro presente, sull’Antropocene appena iniziato.

Seveso e Meda, Brianza, estate del 1976.

Un libriccino potente

Ho letto tutto d’un fiato il libriccino di Alfonso Pinto, geografo e regista di origini siciliane che oggi fa ricerca in Francia presso l’Ecole Urbaine de Lyon. Si intitola L’accendino dell’Antropocene (c’è un significato in questo titolo, lascio che lo scopriate da soli…). Questo breve saggio arriverà in libreria il 17 febbraio per una casa editrice che raramente non va a segno: Armillaria Edizioni (date un’occhiata al catalogo!). Ma di che cosa si parla? Be’, gran parte del libro è dedicata al racconto di tre grandi disastri industriali: il disastro di Bhopal, in India, del 1984; il celebre disastro nucleare di Chernobyl del 1986; e i fatti di Seveso e Meda, in Brianza, nel 1976, che di fatto hanno cambiato un sacco di cose nel nostro Paese, fra cui la sensibilità ambientale e la legislazione in fatto di impianti industriali e lavorazione di sostanze pericolose (le celebri Direttive o Leggi Seveso).

La copertina del libro di Alfonso Pinto.

Fosse tutto qui, non ci sarebbe nulla di nuovo. Sebbene Pinto abbia una buona penna e il racconto dei disastri sia molto coinvolgente, in tanti hanno scritto libri ben più ampi su ciascuno di questi disastri. La parte più notevole de L’accendino dell’Antropocene è senza dubbio quella dedicata ad alcune considerazioni su quanto avviene dopo un disastro. È lì, in quel momento – che momento non è, dato che può durare per secoli – che tutte le implicazioni del disastro si palesano. Ed ecco che il disastro industriale assume tratti affini a quello che è il più grande disastro del nostro tempo: il cambiamento climatico. Ma non vi dico altro, suggerendovi la lettura di questo bel saggio. Poco impegnativo, perché breve e veloce, ma molto incisivo.

Su La Lettura del Corriere della Sera in edicola domani, domenica 12/02 (e già oggi in anteprima sull’app del supplemento) troverete un mio lungo articolo sui disastri industriali, corredato anche da un’ampia infografica su alcuni grandi disastri dell’era industriale.

Vi lascio qui un documentario sul disastro di Bhopal (1984), interamente disponibile su YouTube.

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