Di chimica, relazioni e interfacce: 3 domande a Laura Tripaldi

Il libro

Fra i libri migliori che ho letto quest’anno c’è senza dubbio Menti parallele. Scoprire l’intelligenza dei materiali di Laura Tripaldi, edito da effequ. Ne ho già scritto su Wired, ma i temi del libro continuano a perseguitarmi (forse perché sono i temi fondamentali di questo nostro presente di crisi?), quindi ho deciso di fare tre domande all’autrice, per un nuovo appuntamento della rubrica 3 domande a.

È difficile spiegare Menti parallele in poche righe. Azzarderei una definizione di questo tipo, nonostante sia estremamente riduttiva: è un libro che, partendo dalla scienza dei materiali, dalla chimica e dalle nanotecnologie, affronta alcuni interrogativi chiave di quell’intersezione che unisce scienze, filosofia e poetica. Laura Tripaldi parla di intelligenza, di vita, di nanotubi di carbonio, di mitologia, di ragni, di chimica, di Donna Haraway e Karen Barad, di mostri. Faccio prima a dirvi un’altra cosa: leggete questo libro, non ne rimarrete delusi.

Prima, però, leggete l’intervista! ^^

Le 3 domande

1) Menti parallele il tema dell’interfaccia è centrale. In diversi campi oggi si parla sempre più di relazioni, mettendo da parte dicotomie, identità e processi unidirezionali, che paiono sempre più ingombranti e poco adatti a descrivere la complessità del reale. Il tuo libro è pieno zeppo di ibridi, di mostri, di intelligenze diffuse, di relazioni e reti. Scrivi che le «interazioni parallele» sono fondamentali per ripensare il nostro rapporto col mondo. Bene. Ti andrebbe di provare a spiegarlo alla “persona della porta accanto”, che non ha mai sentito parlare di questi argomenti e che a stento saprebbe dirti la formula chimica dell’acqua?

Uno dei concetti che mi stanno più a cuore, e che vorrei che passasse al di là dei dettagli più tecnici del libro, è proprio quello di interfaccia. L’interfaccia è la regione di contatto tra due materiali diversi che permette loro di entrare in relazione. Intuitivamente pensiamo che la realtà sia formata da oggetti, ma se guardiamo le cose abbastanza da vicino ci renderemo subito conto che è fatta soprattutto di relazioni. Non a caso utilizziamo spesso espressioni come “il tessuto della realtà” per indicare che il substrato della nostra esperienza del mondo, se ce n’è uno, assomiglia a un intreccio che prende forma attraverso le relazioni reciproche tra i suoi numerosi “fili”. Tra le primissime cose che si imparano nei corsi di chimica c’è il fatto sorprendente che la materia è quasi completamente “vuota”, perché il nucleo degli atomi – che ne contiene quasi tutta la massa – occupa uno spazio piccolissimo rispetto al loro volume: più o meno l’equivalente di un pisello messo al centro di uno stadio di calcio. Eppure, la materia ci risulta decisamente “piena”: se sbattiamo il piede contro uno spigolo, per quanto spazio vuoto possa teoricamente esserci negli atomi che costituiscono il legno del tavolo, ci faremo male lo stesso. Sia l’atomo sia il tavolo acquisiscono la propria consistenza come risultato di una relazione. Per l’atomo è la relazione degli elettroni con il nucleo e per il tavolo è la relazione tra il legno e il nostro piede. A me piace pensare alla realtà come al piede che sbatte contro allo spigolo: come un incontro, a volte conflittuale, con la materia là fuori. Nella storia del pensiero c’è un’avversione ingiustificata nei confronti della superficie: chiamiamo qualcosa “superficiale” per dire che ha poca consistenza, che ci dice poco sulla realtà, appunto, “profonda” delle cose. Invece, per me la superficie è quello che ci salva dall’essere sempre e ossessivamente chiusi in noi stessi. Forse la realtà è davvero una cosa superficiale. Per me sarebbe una bellissima scoperta, perché vorrebbe dire che la cosa importante sono le relazioni che costruiamo con gli altri corpi che ci circondano.

2) Ho amato il tuo libro fin da subito perché è presente la chimica. Io leggo un sacco di saggi scientifici, di oggi e di ieri, e trovo che la chimica sia veramente una disciplina poco trattata in campo divulgativo. Un peccato, ovviamente, e il tuo libro lo dimostra bene. Secondo te perché si scrive così poco di chimica? Perché la chimica è così poco presente nel dibattito contemporaneo e presso il grande pubblico? E ancora: a te, che stai svolgendo un dottorato in nanotecnologie e scienze dei materiali, capita mai di discutere, ad esempio, di chimica e Donna Haraway, o di chimica e antropocentrismo, con i tuoi colleghi? Questi sono discorsi “strani” in un dipartimento dove si studiano le nanotecnologie? 

È inutile girarci attorno, la chimica ha un enorme problema di auto-narrazione. È anche vero che la chimica non ha mai avuto molto bisogno di raccontarsi, nel senso che nessuno metterebbe mai in dubbio l’importanza cruciale della chimica nella nostra vita. Siamo letteralmente circondati da chimica: dai vestiti che indossiamo al cibo che mangiamo, dalle batterie dei nostri cellulari ai cosmetici, dietro a praticamente ogni prodotto di uso quotidiano c’è il lavoro di un chimico. Forse questa facilità di giustificare l’importanza e l’utilità quotidiana della chimica ci ha resi, parlo di noi chimici, un po’ pigri rispetto all’urgenza di riflettere sulla nostra scienza in altri termini, anche più universali o filosofici. Questo secondo me è davvero un peccato: proprio perché la chimica è così presente nella quotidianità dovremmo interrogarci su quali siano le proposte epistemologiche che l’hanno resa così efficace nel modificare la nostra vita. Buona parte dei libri divulgativi che trattano di chimica (che comunque, come giustamente noti, sono molto pochi) tendono ad avere un taglio aneddotico: sono cioè essenzialmente degli “elenchi” di tecnologie o curiosità scientifiche che però non sono quasi mai inserite in un piano di riflessione ulteriore. La sfida principale per me nella scrittura di Menti Parallele è stata quella di cercare di andare oltre il livello aneddotico, provando a presentare dei concetti che possano servire per elaborare un pensiero più organico dell’approccio chimico allo studio dei materiali. Nel farlo ho dovuto anche fare ricorso ad ambiti di studio “esterni” alla chimica, come la biologia e la scienza della complessità, sia perché la chimica è da sempre una scienza “di confine”, sia perché di fatto non esiste una filosofia della chimica propriamente detta, mentre su altre discipline si è fortunatamente riflettuto molto di più. Questo per rispondere anche alla tua seconda domanda: posta l’universale tendenza accademica all’iper-specializzazione, che affligge i dipartimenti umanistici tanto quanto quelli scientifici, penso che i chimici facciano più fatica di altri scienziati ad affacciarsi alla filosofia perché si sentono essenzialmente ignorati, forse anche un po’ schiacciati tra le presenze ingombranti della fisica e della biologia. Io credo che questa posizione intermedia – all’interfaccia – tra le altre scienze sia una cosa bellissima, ma a volte è anche difficile da gestire. C’è anche una difficoltà di fondo che è legata alla diversità enorme che separa le diverse branche della chimica e che rende difficile identificare un filo conduttore che le unisca. Per me questo filo è il laboratorio, che non deve essere per forza il laboratorio come spazio fisico, ma come spazio mentale di confronto e mutua influenza con la complessità della materia che ci circonda. La chimica ha per le mani uno strumento epistemologico potentissimo, che è la sintesi: la capacità di produrre conoscenza e, allo stesso tempo, di “materializzarla” in un corpo nuovo. Io credo che la sintesi sia la dimostrazione operativa che le nostre tecnologie migliori si basano su una forma di dialogo tra ciò che è umano e ciò che non lo è.

3) Tengo duro e cerco di restare nelle tre domande. Ho deciso quindi di fonderne alcune fra loro. E tiro fuori un tema che a volte viene guardato con sospetto: il futuro. Ti andrebbe di provare a raccontarmi, anche divagando (narrando!), in che modo queste tre “cose” che ora vado a elencare potranno plasmare il nostro futuro? Ecco le tre “cose”: 1) un immaginario che sia tecnico e al tempo stesso poetico e immaginifico (il tuo libro è pieno di figure mitiche, da Aracne al Golem…); 2) la tecnologia soft, i soft robots, la softness, questa stupefacente tendenza verso un’essenza morbida, dinamica, amorfica; 3) le concezioni filosofico-scientifiche di alcune pensatrici come Haraway, Bennett, Barad, Plant…

Secondo Haraway il cyborg è un ibrido tra “l’organico, il tecnico, il mitico, il testuale e il politico”. Questa definizione per me è una buona guida per rispondere alla tua domanda. Produrre una nuova tecnologia significa abitare una zona di confine in cui il nostro corpo organico si fonde con l’inorganico, la materia si intreccia con il linguaggio e la nostra prospettiva umana sul mondo viene continuamente messa in discussione. Questo non significa che non esistano tecnologie di dominio, anzi: proprio perché la tecnologia è così connessa al piano politico dobbiamo prestare attenzione nel farne uso. Provando a scrivere di scienza mi sono resa conto di quanto sia difficile costruire un ponte tra la materia che studiamo e il nostro linguaggio: molto spesso è necessario trasformare profondamente il modo in cui parliamo per piegare la nostra mente alla materia che abbiamo davanti, ad esempio costruendo artefatti linguistici come le formule chimiche, così diverse dalla lingua “umana” che usiamo di solito. Nel rapportarci con le tecnologie del futuro sarà fondamentale cercare nuovi modi per trasformare anche la lingua che parliamo, costruendo degli strumenti linguistici che ci permettano di realizzarne le potenzialità, anche politiche. Per questo ho molto a cuore l’idea di costruire narrazioni diverse della scienza e della tecnologia, filosofiche ma anche mitiche, narrative o un po’ animistiche. Tra le figure mitologiche che popolano il libro, Aracne è senza dubbio la protagonista, soprattutto perché è davvero un cyborg nel senso più completo del termine: fonde il proprio corpo con la tecnologia che produce. La tecnologia di Aracne, la tessitura, è un’arte antichissima ma anche stranamente futuristica, proprio in virtù della sua softness: è una tecnologia fondamentalmente relazionale, cioè flessibile e intelligente. Noi per primi siamo fatti di materia soft. I corpi “molli” come il nostro hanno interfacce dinamiche, che si deformano, si rompono, crescono e si modificano continuamente. Una delle cose che mi ha colpita di più leggendo Freud è la sua idea che la nostra coscienza si produca proprio in corrispondenza di questa superficie labile, in un rapporto continuo e dialettico, spesso “traumatico”, tra il dentro e il fuori. Insomma, la mente è un processo reso possibile dalla nostra softness e, in un certo senso, dalla nostra vulnerabilità. È proprio il concetto di softness, fisico ma anche filosofico e politico, che mi ha avvicinata a questo nuovo materialismo femminista. La mia speranza è che le tecnologie del futuro siano sempre più soft, cioè fondate sulle relazioni, in tutti i sensi: tra le loro componenti materiali ma anche tra umani, animali, materie prime, comunità e ambienti.

Il link

I post su La Linea Laterale si chiudono sempre con un link. Ti va di segnalare un link utile o che è stato importante per te per la scrittura di questo libro? Può portare a qualsiasi cosa (immagini, video, testi, siti…) e, se vuoi, puoi spiegare brevemente perché lo hai scelto.

AskNature è un database dedicato al biomimetismo, che permette di confrontare le strategie impiegate in natura per risolvere un particolare problema e le nuove tecnologie in cui sono state applicate le medesime soluzioni. Si tratta di uno strumento potenzialmente molto utile per il design di nuovi materiali, ma mi affascina soprattutto perché mette in luce la complessità del confine tra natura e tecnologia.

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