Smeriglio #1 – Scappiamo tutti

Ieri sera non avevo voglia di poltrire in hôtel come ho fatto quasi ogni sera nelle ultime due settimane e così ho preso la sacca, ci ho cacciato dentro un paio di libri che avevo in valigia e sono uscito in strada. Avevo freddo alle cosce perché ho dimenticato i jeans felpati a Edimburgo, ma tutto sommato la bisa che s’infilava bastarda nella via mi ha fatto piacere, perché volevo prendere del fresco in faccia, nella barba in particolare.

Ho cacciato le mani in tasca slargando i bordi lisi del cappotto e ho percorso una decina d’isolati a passo svelto, pensando ai limiti dell’articolo che sto scrivendo su Austerliz (che cosa si può ancora dire su quel libro?). Poi ho cacciato via le preoccupazioni, tenendo fede al proposito della mia passeggiata. Mi è venuta in mente Liz quando il semaforo di Rue des Bluets mi ha imposto una sosta: pensando a quanto mi ha detto al telefono mentre pranzavo – che problema, eh, la sua blusa macchiata di caffè! – ho sorriso e poi, con un balzo, ho attraversato la via.

Anche questa volta sono finito al Marion. Quella sera il localino puzzava di cavolo bollito. Ho salutato Julien con un cenno e mi sono seduto vicino alla libreria piena zeppa di Gallimard ingialliti e macchiati. Ho estratto lo smartphone, il libro e una penna blu che ho rubato al concierge. Il libro è La linea d’ombra di Conrad; si tratta dell’edizione Einaudi commentata da Pavese che da qualche giorno mi guardava dallo scaffale più in alto di una bancarella lungo la Senna – chissà com’era finita lì. Ho letto qualche pagina, poi mi sono interrotto per ordinare una crêpe al formaggio. Quando ho sfiorato il dito sullo schermo nero del Samsung è apparsa una notifica. Un messaggio vocale di Giovanni.

Ho tirato fuori le cuffie dalla sacca, ho ficcato gli auricolari nelle orecchie e ho pigiato play. Giovanni, da Milano, mi diceva che ero uno stronzo di merda perché non gli avevo risposto per ben tre volte ai messaggi, in particolare alla sua richiesta di inviargli duemila battute su Cărtărescu da inserire nelle recensioni finali del nuovo numero di Esedra (il ventiquattro). Ho pensato che non gli avrei mandato proprio niente, e non perché non mi interessasse scriverne, ma perché in quel momento avevo la testa altrove, divisa fra le assillanti richieste di Liz a proposito della casa e la risposta che Baldoni, giù al giornale, s’aspettava da me già lunedì scorso.

Giovanni diceva che era preoccupato perché a scuola uno studente – che un criminale certo non era – di punto in bianco s’era alzato nel bel mezzo della lezione di biologia, aveva raggiunto la cattedra e aveva detto in faccia alla professoressa, quasi sputando, che era una puttana, una lurida puttana. Giovanni diceva che l’insolente prendeva tre a ogni tema che consegnava, ma l’estetica che l’insulto richiedeva non gli aveva impedito di colorire il puttana con un aggettivo che mai gli aveva visto usare sul foglio o alla cattedra durante le interrogazioni.

Non dovremmo forse parlare agli studenti di amore? mi chiedeva Giovanni. O forse stava interrogando se stesso. Non dovrei forse essere io, in quanto docente d’italiano, il loro pastore emotivo? Dove imparano le emozioni questi ragazzi? Su YouPorn? La sera in discoteca? Ma hanno il tempo di farlo? E i mezzi? Continuava dicendo che, e la sua voce si faceva più bassa, a Frosinone un ragazzo aveva sfregiato il volto di un insegnante con la punta d’un cacciavite. E che un giudice aveva dato ragione a genitori che difendevano figli presi dalla frenesia, figli che picchiavano con calci e pugni, figli che avevano mandato in prognosi riservata il vicepreside di un istituto tecnico di Sassari. Io ho in programma Pirandello. Leopardi. E poi Fenoglio e Levi. Levi, cazzo.

Sai, diceva Giovanni mentre io lo immaginavo toccare il vetro con la fronte e il naso e fissare i tetti scuri di una notte milanese senza luna, mi capita di avere paura, paura di non fare le cose giuste. Ma dura poco, perché poi mi ripeto che a casa quei problemi non ce li devo portare, che a casa mi devono bastare Francesca, Giulia e il mutuo. Però alcune volte son sicuro che non stiamo facendo ciò per cui siamo qui, e che io e tutti gli altri siamo qui soltanto perché l’università ci ha cagati via senza remore e nessuno di noi ha il fegato per fare di questo lavoro una specie di missione. Dove cazzo andremo a finire, diceva, dove cazzo andremo a finire.

Ho ingoiato il primo morso di crêpe filante mentre Giovanni mi salutava, scusandosi dello sfogo e dicendo che tutto in qualche modo si sarebbe aggiustato, ma che avevo fatto un gran bene ad andarmene lassù vicino a Nessie perché non ero il solo fuggitivo, anche lui e tutti gli altri che erano rimasti lo erano comunque. Scappiamo tutti. Finiva dandomi del coglione universale per non aver ancora sposato Liz, santa donna!, e per la mia ostinazione cieca, che mi spingeva a vivere come un bohémien del cazzo a quarant’anni suonati. Ho scosso la testa, ho incrociato lo sguardo stanco di Julien e ho spento lo schermo. Conrad mi attirava. Con tutta la forza dell’insonnia ci ho rituffato dentro il naso pieno dell’odore di formaggio caldo. «Uno chiude dietro a sé il piccolo cancello della mera fanciullezza ed entra in un giardino incantato. Là perfino le ombre splendono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha una sua seduzione. E non perché sia una terra ignota. Si sa bene che tutta l’umanità ha percorso quella strada. Ma si è attratti dall’incanto dell’esperienza universale da cui ci si attende di trovare una sensazione singolare o personale: un po’ di se stessi».

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