Corrispondenze #2: Andrea D’Agostino

Oggi è il turno del secondo appuntamento della rubrica Corrispondenze. Non avete ancora letto la prima uscita? Rimediate subito, cliccando qui. Se invece avete già avuto modo di leggere la conversazione fra il sottoscritto e lo scrittore Andrea Appetito, potete procedere con il secondo appuntamento, riportato qui sotto. E ricordate: questa serie di “scambi epistolari” è disciplinata da ben poche regole, e soltanto una di queste è imprescindibile: spaziare a più non posso partendo dai libri, dall’atto dello scrivere e dall’atto del leggere.

Il mio secondo interlocutore è Andrea D’Agostino, scrittore, classe ’77, autore di due romanzi: Mi mangiassero i grilli (Fernandel, 2005; qui la scheda) e Conosco l’amore meglio di voi (Codice Edizioni, 2015; qui).


Ciao Andrea!

Per me è davvero un piacere che tu abbia accettato di partecipare. Tengo molto alle corrispondenze, perché, pur essendo un piccolo progetto, mi dà la possibilità di conversare con gli scrittori degli argomenti che più mi stanno a cuore. Le regole sono semplici: rispondi nel modo più libero possibile; e sei invitato (anzi, costretto!) a utilizzare qualsiasi elemento tu voglia: immagini, schemi, link, video, info-grafiche. E, se vuoi spaziare, spazia.
Qualche giorno fa ci siamo incontrati alla libreria Bodoni di Torino; ricordi? Davanti a noi erano seduti due “pezzi grossi” dell’editoria indipendente italiana: Pietro Biancardi di Iperborea e Giorgio Gianotto di Minimum Fax. Ma non ti voglio chiedere di loro o di ciò di cui hanno discusso (editoria, libri e scrittura, per lo più). Ciò che ha attirato la mia attenzione sono state le tue parole. Per chi non era presente (cioè tutti), è andata così. Finita la presentazione, mi sono avvicinato ad Andrea. Mentre io sbocconcellavo una focaccina rubata al buffet, Andrea mi ha detto che si sta lentamente preparando alla scrittura di un nuovo romanzo. L’ultimo, per chi non lo sapesse, Conosco l’amore meglio di voi, è uscito lo scorso anno per Codice Edizioni. Mi ha colpito ciò che hai detto a proposito del gigantesco schema sul romanzo in questione che hai rimosso dalla parete della tua camera (correggimi, perché probabilmente ricordo male). La mia fantasia è subito volata. Ho visto la tua stanza – un letto, un comodino, tanti libri – e il muro davanti al quale ti sei fermato così tante volte a rimuginare. Magari per capire meglio un personaggio, magari per connettere fra loro due avvenimenti, o forse per valutare se quel personaggio avrebbe davvero detto tale frase in quella situazione. Devi capire, Andrea, che sono un grande fan di quel genere di schemi. Il mio è un amore piuttosto strano, una sorta di feticismo. Quando ne vedo uno, soprattutto in film polizieschi o gialli, divento felice come un bambino. Ho scoperto che si chiamano evidence wall – ovviamente perché servono a raccogliere le prove, a mostrare come si è mosso l’assassino, le caratteristiche delle vittime e via dicendo. Sinceramente, non so spiegare il perché mi piacciano così tanto, ma intuisco che debba avere a che fare con il mio amore per l’ordine, per gli schizzi preparati e per le bozze. Data questa mia strana passione, mi interessa ovviamente tutto ciò che concerne la progettazione grafica e schematica di un romanzo (o di un racconto, o di un articolo, o di un reportage). Adoro i foglietti, le puntine, le linee, gli appunti, le schede dei personaggi, i faldoni, le mappe, le scalette. Tu hai utilizzato addirittura un muro! Per cui, non puoi sfuggire. Raccontami tutto su quello schema! Hai una foto, per caso? E, soprattutto, spiegami come ti ha aiutato a scrivere! È stato utile? Consiglieresti questo metodo a un esordiente? Come era fatto? Descrivicelo! In un bellissimo articolo contenuto in Cambiare Idea, Zadie Smith scrive che è fondamentale smontare le impalcature quando il libro è finito. La scrittrice britannica sostiene che «le impalcature sono lì soltanto per farvi sentire sicuri, ma in realtà l’edificio si regge tranquillamente anche senza». Sei d’accordo? Schemi, mappe e scalette devono essere rimosse con l’accetta? Oppure, in certi casi, è bene che il lettore percepisca il gran lavoro organizzativo che sta dietro un’opera? Che si veda, in trasparenza, un ponteggio stupendo? La palla è tua!

Caro Danilo,

ho costruito Conosco l’amore meglio di voi su di un telo che mi è stato regalato da mio fratello, anni fa. Proviene da una bancarella estiva, una di quelle africane che vendono maschere, tamburi, collane. È un telo nero come una lavagna, attraversato da tracce che sembrano fatte con un gessetto. Per molto tempo si è limitato ad abbellire una parete della mia stanza. A un certo punto, però, ho pensato che mi sarebbe potuto servire per sorvegliare le idee su cui, già da qualche anno, mi arrovellavo. Su una lavagna si scrive, da una lavagna s’impara. Una lavagna mostra le prove (quelle che, come dici tu, danno il nome agli evidence wall dei film americani; mi vengono in mente quelli di A Beautiful Mind e di Homeland). Così ho trasformato il mio telo in una lavagna su cui ho steso le mie prove. Quelle che mi ricordavano di essermi imbarcato, di testa mia, in un’impresa che volevo portare a termine. Quelle che erano per me un memento, una sfida lanciata allo spettro del fallimento. Quelle che avrei dovuto miscelare per dare corpo alla storia di cui percepivo le tracce quando chiudevo gli occhi. Avevo bisogno di trasportare quelle tracce su una superficie che fosse al di fuori di me. Distribuire le prove sulla lavagna ha scatenato reazioni, mi ha suggerito connessioni, ha fatto fiorire le buone idee e appassire quelle che avevano le gambe corte. Sulla lavagna, le parole sono diventate trame. Sulla lavagna, ho costruito il mio romanzo. Questo è la mia lavagna com’è oggi: vuota.

Foto 1 b

La trama della mia lavagna è grossolana. È un telo fatto di fili spessi di cotone. Non ha sofferto gli spilli con cui l’ho bucato ripetutamente. Con gli spilli appuntavo i foglietti. Ogni foglietto equivaleva a un capitolo. C’erano quelli che avevo scritto e quelli che ancora avrei dovuto scrivere. Su una manciata di altri foglietti, avevo annotato i tratti di un personaggio che non ero sicuro potesse rientrare nella vicenda, scene in cerca d’adozione, idee vagabonde, combinazioni di parole che suonavano bene, citazioni. Uno dei foglietti mi ricordava che l’albero di fico rappresenta l’ostinazione e l’attaccamento alla vita (e mi è stato utile quando ho scritto l’ultimo capitolo del romanzo). Alla lavagna avevo anche appeso una mappa di Enna, la città siciliana in cui sono cresciuto e in cui ho ambientato la mia storia. Volevo sorvegliare le coordinate spaziali attraverso cui i miei personaggi si sarebbero mossi, volevo potere vagliare le possibilità offerte dalle svolte, dalle strade parallele, dai percorsi sbagliati. È sulla lavagna che ho assemblato la trama del mio romanzo. Così appariva il mio schema in corso d’opera:

Foto 2b

Nella colonna centrale avevo allineato i capitoli già scritti. Sulla sinistra c’erano quelli che ancora dovevo scrivere, in un ordine suscettibile di modifiche: potevo spostare i foglietti e azzardare spostamenti, inversioni. Sulla destra, stazionavano le idee sparse. Questa foto risale all’inizio dell’esistenza dello schema. Manca la mappa di Enna. Il titolo, il foglietto in cima alla corsia centrale, è ancora il primo che avevo pensato (è cambiato due volte). Quando ho scattato questa foto, prevedevo solo una ventina di capitoli. Il romanzo, alla fine, ne contiene 28. Ecco come, parecchi mesi dopo avere concluso il romanzo, era diventata la lavagna:

Foto 3b

La colonna centrale è completa e rappresenta la struttura definitiva di Conosco l’amore meglio di voi. A sinistra non ci sono più capitoli da scrivere. Ho usato quello spazio per appendere un ritratto che mi ha fatto Edmundo, un amico illustratore. Ci sono anche una cartolina e alcuni fogli su cui ho appuntato spunti per storie che prima o poi mi piacerebbe scrivere. Sulla destra, il ficus è cresciuto e ha coperto parte del telo. Un paio di mazzi di fiori hanno trovato posto sopra gli altri foglietti. La lavagna ha mantenuto questa forma dal dicembre del 2013, data in cui ho terminato il romanzo, fino al mese scorso. Per tre anni e mezzo, non ho mosso lo schema da lì. Qualche settimana fa, come ti ho raccontato quando ci siamo incontrati alla Libreria Bodoni, ho trovato il coraggio per ammainarlo. Ho trasferito i foglietti su un quaderno. Li ho incollati, rispettando l’ordine originale. Ho archiviato, finalmente, lo scheletro del mio romanzo. Credo sia stato un passaggio importante: fintanto che la lavagna era occupata dalla storia di Vincenzo, non c’era spazio per pensare a qualcosa di nuovo. Il primo passo per tornare a scrivere era sgomberare la lavagna. La storia di Vincenzo, il protagonista di Conosco l’amore meglio di voi, la storia che mi ha accompagnato per anni, è finita. Devo accettare che quel tempo è passato. Devo accogliere, in un altro posto di me, quel tempo che non tornerà indietro. Devo trasformare in ricordo ciò che per anni è stato simbiosi. Vincenzo è stato per me più che un personaggio. Vincenzo ha scontato al mio posto i dolori e le paure che mi hanno tormentato negli anni in cui ho scritto di lui. Vincenzo sono stato io. Questo è il quaderno in cui ora è custodita la nostra storia e che mi dimostra che, a modo nostro, abbiamo vissuto.

Ti scrivo qualche riga in più a proposito di un’altra questione. Un paio di settimane fa sono stato alla libreria Trebisonda di San Salvario. Sul divano arancione di Malvina (la libraia) sedevano due ospiti d’eccezione: Nicola Lagioia e Giordano Tedoldi. Il primo ha intervistato il secondo, perché è appena uscito per Tunué il nuovo romanzo dello scrittore romano, intitolato Tabù. I due hanno discusso di tante cose, ma una di queste in particolare ha attirato la mia attenzione: il rapporto che esiste fra l’atto dello scrivere e la costrizione. La questione si può riassumere così: è utile imporre dei vincoli alla propria scrittura? La prendo da lontano. Tempo fa lessi un testo di Giulio Mozzi in cui l’autore sosteneva che porre dei vincoli – e, da quel che ricordo, erano molto restrittivi – aiuta il lavorio dello scrittore e della creatività. Potremmo ricorrere a questa metafora: se sono intrappolato in una stanza, e da questa situazione voglio uscire, dovrò forzare la mia immaginazione, tentando di trovare una soluzione che mi permetta di tornare libero. Utilizzerò il piccolo sgabello per raggiungere la finestra posta in alto sulla destra? E con che cosa romperò il vetro? Riuscirò a passare attraverso il buco oppure dovrò escogitare qualche stratagemma per chiedere aiuto a qualcuno? Insomma: se ho delle limitazioni, in qualche modo la mia attività mentale e artistica (siamo usciti dalla stanza e tornati a discutere di scrittura e libri) ne risulterà giovata. Tedoldi, alla Trebisonda, sembrava d’accordo con questa posizione. Esempi di vincoli “letterari”? Tutti quegli esercizi di scrittura che hanno una consegna specifica: scrivi una lettera in cui non si capisca se il mittente è maschio o femmina; scrivi il monologo di un esperto di marketing frustrato dal proprio lavoro; descrivi l’incontro fra due cani utilizzando il punto di vista di un uomo che da piccolo è stato attaccato da un pitbull. Mi sono spesso chiesto se questo tipo di costrizioni fosse utile o meno. Io credo di sì. Però mi sono anche domandato se fosse utile soltanto per tenere allenata la penna, e che poi, in fase di scrittura, tutti quei paletti saltino via. Tu che cosa ne pensi? Hai dovuto importi delle costrizioni (per costrizioni intendo sia l’imposizione della disciplina necessaria a scrivere un romanzo, sia lavorare ponendo precisi vincoli e restrizioni per raggiungere effetti narrativi desiderati). In fondo, forse l’intero atto dello scrivere potrebbe essere considerato un esercizio di costrizione, dato che chi scrive (scrittore, scrivente o la fusione dei due predetta da Barthes) si impegna a raccontare una storia con gli strumenti del linguaggio e della narrazione, strumenti che sono, ovviamente, limitati rispetto al possibile.
Ho finito il mio pistolotto. Spero che risulti stimolante. Spero anche che non risulti indigesto. In tal caso, sentiti libero di ignorare i miei vincoli, e dirigerti nello spazio profondo sulle note di David Bowie. A presto e grazie!

Una ventina di anni fa, durante il Master della Scuola Holden, ho frequentato un laboratorio condotto da Davide Pinardi. Pinardi sosteneva che la costrizione stimola la creatività e ci aveva proposto molti esercizi a vincolo, del tipo che citi tu. Li avevo trovati stimolanti.
Ho conosciuto figli di sessantottini rovinati dalla libertà di cui avevano goduto da bambini. Credo anche che troppi vincoli abbiano un effetto altrettanto deleterio. Per essere creativi, serve una cornice di regole (poche, chiare) all’interno della quale muoversi. Ferdinando Scianna lo ha scritto in Visti&Scritti: «La fantasia, lo so, ama vivere le sue avventure soltanto all’interno di regole precise». Anche i campi da calcio hanno limiti oltre i quali il gioco termina, limiti di spazio, di tempo e di comportamento. È dentro quel rettangolo che viene scritta la storia di una partita, che ogni volta è diversa. Certe volte è epica, altre invece noiosa. Sono cresciuto giocando per le strade di Enna, nei vicoli. I campi erano sghembi ma non erano mai infiniti. Le porte erano sassi, i pali erano proiezioni che potevamo soltanto immaginare: nei casi dubbi, toccava armarsi di diplomazia o litigare. Senza regole, non c’è gioco e non c’è creatività: è lo spazio vuoto in cui si va alla deriva; è il bambino che scappa con la palla perché è incapace di conformarsi alle regole che danno forma al gioco.
Anche Bruno Munari, nel suo libro Fantasia, sostiene che la fantasia ha a che fare con dei vincoli: «Il prodotto della fantasia, come quello della creatività e dell’invenzione nasce da relazioni che il pensiero fa con ciò che conosce (…). È evidente che non può fare relazioni tra ciò che non conosce, e nemmeno tra ciò che conosce e ciò che non conosce. Non si possono stabilire relazioni tra una lastra di vetro e il pfzws». Questo è il motivo per cui ho ambientato Conosco l’amore meglio di voi a Enna: è una città che conosco bene. Ecco anche perché ho trovato difficile scrivere di abusi: non ne ho avuto, per fortuna, una conoscenza diretta.
Mi chiedi se ho dovuto impormi della disciplina, mentre scrivevo: sì, molta. E credo anche tu abbia ragione: l’intero atto dello scrivere è un esercizio di costrizione. Per ricordarmelo, mi basta alzare gli occhi dalla scrivania e rileggere questi foglietti:

Piccolo
In Scrivere è un tic, uno dei primi libri pubblicati dalla Minimum Fax, Francesco Piccolo definisce la scrittura «una combinazione originale di sacra devozione e mentalità da impiegato di concetto». Soprattutto mi pare interessante la seconda parte della definizione. La creatività si alimenta di routine. L’anno e mezzo più produttivo nella mia carriera letteraria è stato possibile perché il mio unico lavoro era scrivere. Avevo a disposizione tempo, non mi dovevo preoccupare di come avrei fatto a pagare l’affitto e fare la spesa. Avevo un gruzzoletto con cui campare. Andavo presto a dormire ogni sera, mi svegliavo presto al mattino. Scrivevo fino a quando non ero stanco. Andavo poi a correre perché correre mi permetteva di sciogliere le gambe e i pensieri (correndo, sono riuscito a risolvere vari grovigli che zavorravano le pagine). Scrivevo ogni giorno, mantenevo il contatto con la materia che stavo plasmando, la esploravo come meglio potevo.
Il libro di Francesco Piccolo mi è stato di aiuto perché racconta di come scrittori diversissimi tra loro intraprendono quotidianamente la battaglia, fatta di rituali, fissazioni, abitudini, contro le intermittenze della creatività e dell’ispirazione. Ho imparato che le mie paure erano le stesse di molti altri scrittori. Questa scoperta ha reso le mie paure meno paurose. Tanti altri autori avevano dovuto fronteggiarle ed erano riusciti ad aggirarle; anch’io ci sono riuscito. Quanto alle altre due frasi, una è di Picasso e non c’è bisogno di aggiungere altro: «Indifferenza a tutto tranne che alla tela. La capacità di lavorare come una locomotiva. Una volontà di ferro». L’altra la trovai su un numero di Internazionale ed è di un critico musicale: «Un grande compositore non si mette al lavoro perché è ispirato, ma trova l’ispirazione perché si mette al lavoro». Sapere di dovermi mettere al lavoro per trovare l’ispirazione non sempre è uno stimolo sufficiente a costringermi a scrivere, specie se è da tanto tempo che non lo faccio. Però aiuta.
Ecco, Danilo, credo di avere finito. Spero di avere soddisfatto le tue curiosità. Grazie per avermi permesso di ragionare da punti di vista nuovi su temi che da sempre mi stanno a cuore. Ti rendo il regalo musicale con un pezzo che ti porterà nel cuore della Sicilia e che anche Vincenzo canta, a un certo punto di Conosco l’amore meglio di voi.

Un abbraccio, a presto. Aspetto la prossima conversazione.

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